Come possiamo capire se l'uomo appartiene veramente a un gruppo diverso dai vari gruppi?
La risposta è semplice: del gruppo ha i tratti somatici, la lingua, l'abbigliamento, la cultura, il comportamento, ma anche le divise, le bandiere e quant'altro possa servire a sancire il discrimine fra chi è dentro il gruppo e che ne è fuori.
E' chiaro che il Sordo ha una lingua, un comportamento, una cultura, forse ha anche una bandiera.
Il pregiudizio nasce proprio dal giudizio del gruppo paragonato ad un altro gruppo, dall'opinione errata che dipende da scarsa conoscenza dei fatti o da accettazione non critica di convinzioni correnti.
Tali pregiudizi si esprimono fondamentalmente nella comunicazione sociale e prevalentemente nel linguaggio. Il linguaggio può dare origine a pregiudizi.
Prendiamo come esempio i termini che sono stati via via usati negli Stati Uniti per denominare la popolazione di origine africana: prima il dispregiativo "nigger", poi il più neutro "negro", poi "colored", poi "black", infine "african american". Questo esempio si può collegare al mondo dei sordi, e cioè ai termini usati di volta in volta, in Italia, per definire la persona priva di udito: prima "sordomuto", poi "ipoacusico", poi "audioleso", poi "sordoparlante", infine "sordo". Questi esempi sono come la lotta al pregiudizio, si comincia in genere con il denunciare l'uso delle etichette ritenute offensive o, in ogni caso, caricatesi nel tempio di significati negativi. Perchè sentiamo il bisogno di precisare l'appartenenza etnica o il colore della pelle, la statura, il colore dei capelli? Se una persona non appartiene a un gruppo non può vivere in modo libero, sereno ed esprimibile; è chiaro che un soggetto ha bisogno di sentirsi bene e allora cerca dappertutto di avere o entrare nel gruppo che gli appartiene.
Per esempio i sordi pensano e/o credono che il mondo dei Sordi non abbia nessun valore culturale e linguistico, ma, in realtà, esso ha un grandissimo valore antropologico, etnico, culturale, morale e linguistico, come tutti gli uomini del mondo.
Provate a capire perchè i cinesi amano curare le piante tipo Bonsai e non le varie piante esistenti in Cina. La filosofia dei cinesi è che curare le piante "straordinarie" e "particolari" sia la cosa più importante per loro, perchè la diversità è la sorgente della bellezza interiore di ogni pianta tipo Bonsai.
La paura del diverso può provocare un disagio psicologico, perchè l'uomo vive con la propria immagine culturale attraverso le varie esperienze vissute e poi scopre che la propria immagine è frantumata. Di conseguenza egli si sente automaticamente diverso dal gruppo, allora cerca ovunque, per avere un gruppo che gli appartenga veramente; ricordatevi che la diversità è come un fiore bellissimo che ha le spine. La diversità è una rosa come i Bonsai!
Concludo dicendo che: Gli Uomini sono Uguali perchè hanno lo Stesso Diritto D'essere Diversi.
BIBLIOGRAFIA:
- Arcuri L. (1992), Razzismo. Il pregiudizio automatico - "Psicologia contemporanea";
- Arcuri L., Cadinu M.R. (1998), Gli stereotipi. Dinamiche psicologiche e contesto delle relazioni sociali - Il Mulino
lunedì 16 marzo 2009
martedì 10 marzo 2009
lunedì 9 marzo 2009
LE PATETICHE AIUTI DEL G8, MA L'AFRICA PAGA PIU' DEL DOVUTO. QUESTI SAREBBERO AIUTI?
Ogni anno 20 milioni di africani muoiono per fame o malattie ad essa imputabili; piu' di 70 milioni sono assolutamente privi di qualsiasi forma di reddito e altri 50 milioni sopravvivono quotidianamente con un dollaro a testa. Sono stime terribili, frutto di rilevamenti di organismi specializzati dell'Onu. Stime che fanno apparire le tanto strombazzate promesse di aiuti, assicurati dagli otto paesi piu' industrializzati del mondo nel corso del recente vertice di Gleneagles, una goccia nell'oceano di miseria e disperazione che sommerge il continente africano. Che, tra il 1970 e il 2001, ha visto moltiplicarsi per 35 il suo indebitamento con l'estero. Ce lo dice la Banca Mondiale secondo la quale, nel periodo 1980-2001, i paesi in via sviluppo, Africa in testa, hanno rimborsato ai ricchi G8 la stratosferica somma di 4.500 miliardi di dollari: ne hanno versati 368 in piu' di quanti ne hanno ricevuti! La disparita' tra ricchi e poveri, allo stato attuale, raggiunge limiti che non hanno precedenti : una famiglia europea della classe media guadagna cento volte di piu' di un contadino dell'Africa subsahariana. Un abitante del Ghana, o del Kenya, deve lavorare due anni per intascare l'equivalente della parcella per un'ora di lavoro di un avvocato di New York. Negli Usa la gente spende ogni anno 60 miliardi di dollari in Coca Cola e Pepsi Cola, cioe' il doppio del prodotto interno lordo di paesi quali il Bostwana o il Kenya! - La tragedia della poverta' che vive oggi l'Africa Nera non puo' essere risolta con atti caritatevoli o promesse buone per le sfavillanti conferenze stampa. E' tutto il sistema che regola i rapporti economici tra il Nord e il Sud del mondo che deve essere rivisto, sulla base della giustizia e del diritto, se si vuole combattere, fino a che si e' in tempo, il cancro che erode l'Africa e che offende le coscienze degli uomini liberi. Per primi devono farlo i paesi che amano identificarsi nel ''Club dei ricchi'', che troppo spesso non hanno tenuto fede alle loro promesse, imponendosi per la legge del piu' forte. La violazione permanente delle regole del commercio internazionale da parte dei paesi industrializzati che impongono l'apertura dei mercati africani ai loro prodotti industriali e agricoli sovvenzionati (tanto che in Africa l'Asse del Male viene identificato con la triade Fondo Mondiale - Organizzazione Mondiale del Commercio - Banca Mondiale !), portano al fallimento molte imprese locali. Ne sanno qualcosa quei paesi che, come il Kenya e lo Zimbabwe, hanno un embrione di base industriale. Purtroppo questa parte dell'Africa, che dispone di un grande potenziale naturale e di favolose ricchezze minerarie, viene amministrata senza scrupoli da potenti locali in accordo con grandi gruppi internazionali. Ma l'addebito principale non va mosso a loro, bensi' al sistema mondiale che, con le sue leggi e le sue disposizioni ''mirate'', consente tutto cio'.- E intanto l'ecatombe continua.
Guiné Bissau è dos Guineense
La nostra cara e amata Guinea Bissau purtroppo è da sempre "invaso" dai politici corrotti che hanno la mania patologica di appropriarsi di tutto come se la Guinea fosse una cosa privata. Tutti fanno i loro propri interessi e la popolazione continua a profondare nel abisso della miseria. La Comunità internazionale fa finta di niente e continua a dare dei finanziamenti a questi individui che dicono fare la politica e come al solito, i fananziamenti finiscono nelle loro tasche.
Riconoscere gli errori è essere saggi
Un uomo non dovrebbe mai vergognarsi di confessare di aver avuto torto;
che poi è come dire, in altre parole, che oggi è più saggio di quanto non fosse
ieri.
che poi è come dire, in altre parole, che oggi è più saggio di quanto non fosse
ieri.
giovedì 26 febbraio 2009
La grande lotta contro l'imperialismo coloniale e le grandi delusioni degli annunci messianici delle nuove repubbliche Africane
Negli anni ‘40 e ‘50 un certo messianismo politico nato sull’onda del nazionalismo anti-colonialista imperante prese piede in molti Paesi africani. Sotto questa spinta l’indipendenza politica fu in alcuni casi strappata con la forza, in altri ottenuta pacificamente col consenso delle potenze colonizzatrici d’Europa intorno agli anni ’60.
L’entusiasmo per l’indipendenza nazionale, portò alla creazione di grandi programmi di sviluppo da parte dei vari governi africani che preannunciavano con toni quasi messianici quella abbondanza materiale e quel ritorno di splendore culturale che si sarebbero tradotti in un futuro radioso per gli Africani entro l’anno 2000. Mi ricordo uno dei tanti annunci del nostro presidente era del tipo: entro l'anno 2000 tutti i Guineani parleranno portughese. Era veramente un ideale da rincorrere ma, ragionando bene ora, vedo che è un impressa impossibile visto che il governo d'allora non ha mai investito nella educazione. Le scuole sono fatiscente, professori mal pagati e quasi sempre frustrati. Era una propaganda illusoria, che strappa gli applausi del pubblico.
Oggi, a circa quarant’anni dall’indipendenza, la grande euforia iniziale è svanita. Continue crisi politiche, economiche e sociali hanno lasciato gran parte delle popolazioni africane prostrate e indebolite da una miseria ancora più grande. Leaders e governi africani si guardano bene oggi dall’usare toni trionfali annunciando cibo e un tetto per tutti entro il 2000, peraltro ormai passato senza nessun resultato.
Questo vano messianismo politico, questo falso millenarismo hanno lasciato il posto, in molti dei nostri paesi, ad un diffuso senso di frustrazione, disperazione, tradimento, ad un malcontento che credo, periodicamente esplode nella criminalità brutale, nella guerra civile e nella violenza inter-etnica, e nei vari colpi di stato.
Le crisi e le tragedie che hanno colpito l’Africa non forniscono tuttavia un quadro completo dello stato e del futuro dell’Africa. Fortunatamente c'è un silenzioso ma incisivo intervento della Chiesa e dalle associazioni di volontariato, ha reso possibile fornire cibo, alloggio, istruzione, servizi sanitari e indumenti a migliaia, e milioni di Africani che altrimenti sarebbero stati condannati ad una morte prematura dalla negligenza dei nostri governi.
Questo "incoraggiamento" costituisce una continua esortazione a noi Africani ad abbracciare la via della verità (Come diceva il nostro amato vescovo Ferrazzetta - la verità vi farà liberi) e quella vita che è assolutamente capace di rovesciare il tragico destino dell’Africa e di estendere il raggio di azione della speranza, dell’aiuto e della gioia a tutti noi Africani.
Riusciamo finora a vivere giorno per giorno per la SOLIDARIETA' UMANA vigenti tra di noi. La solidarietà con i propri fratelli è quasi proverbiale in Africa.
Le nostre culture hanno un profondo senso della solidarietà e della vita comunitaria. Infatti in Africa è impensabile celebrare una festività senza che vi sia la partecipazione dell’intero villaggio.
Questo genere di solidarietà familiare, contadina ha la sua naturale collocazione nella vita di ogni giorno ed è sempre stata fonte di forza per gli individui, le famiglie e i piccoli gruppi. Ma nel più vasto contesto moderno di stato, nazione e comunità internazionale, viene richiesto molto più dell’immediata identificazione e della familiarità fra persone e gruppi per costruire comunità e culture umane.
Permane l’incapacità della maggior parte di noi Africani, e specialmente dei nostri leaders politici, a riconoscere e a realizzare che la nazione e lo stato non sono che moderne famiglie più vaste in cui ciascun membro possiede la stessa dignità umana fondamentale e gli stessi diritti del Presidente della Repubblica o del Governatore dello Stato, peraltro pienamente responsabili delle numerose tragedie politiche, economiche e sociali che le nostre nazioni e inostri stati africani continuano a sperimentare.
La solidarietà dei nostri villaggi e il senso della comunità hanno bisogno di essere rivisitati, applicato dai nostri liders politici, ed ampliati nella società per accedere a quelle famiglie della nuova umanità di cui dovremmo fare parte tutti.
L’entusiasmo per l’indipendenza nazionale, portò alla creazione di grandi programmi di sviluppo da parte dei vari governi africani che preannunciavano con toni quasi messianici quella abbondanza materiale e quel ritorno di splendore culturale che si sarebbero tradotti in un futuro radioso per gli Africani entro l’anno 2000. Mi ricordo uno dei tanti annunci del nostro presidente era del tipo: entro l'anno 2000 tutti i Guineani parleranno portughese. Era veramente un ideale da rincorrere ma, ragionando bene ora, vedo che è un impressa impossibile visto che il governo d'allora non ha mai investito nella educazione. Le scuole sono fatiscente, professori mal pagati e quasi sempre frustrati. Era una propaganda illusoria, che strappa gli applausi del pubblico.
Oggi, a circa quarant’anni dall’indipendenza, la grande euforia iniziale è svanita. Continue crisi politiche, economiche e sociali hanno lasciato gran parte delle popolazioni africane prostrate e indebolite da una miseria ancora più grande. Leaders e governi africani si guardano bene oggi dall’usare toni trionfali annunciando cibo e un tetto per tutti entro il 2000, peraltro ormai passato senza nessun resultato.
Questo vano messianismo politico, questo falso millenarismo hanno lasciato il posto, in molti dei nostri paesi, ad un diffuso senso di frustrazione, disperazione, tradimento, ad un malcontento che credo, periodicamente esplode nella criminalità brutale, nella guerra civile e nella violenza inter-etnica, e nei vari colpi di stato.
Le crisi e le tragedie che hanno colpito l’Africa non forniscono tuttavia un quadro completo dello stato e del futuro dell’Africa. Fortunatamente c'è un silenzioso ma incisivo intervento della Chiesa e dalle associazioni di volontariato, ha reso possibile fornire cibo, alloggio, istruzione, servizi sanitari e indumenti a migliaia, e milioni di Africani che altrimenti sarebbero stati condannati ad una morte prematura dalla negligenza dei nostri governi.
Questo "incoraggiamento" costituisce una continua esortazione a noi Africani ad abbracciare la via della verità (Come diceva il nostro amato vescovo Ferrazzetta - la verità vi farà liberi) e quella vita che è assolutamente capace di rovesciare il tragico destino dell’Africa e di estendere il raggio di azione della speranza, dell’aiuto e della gioia a tutti noi Africani.
Riusciamo finora a vivere giorno per giorno per la SOLIDARIETA' UMANA vigenti tra di noi. La solidarietà con i propri fratelli è quasi proverbiale in Africa.
Le nostre culture hanno un profondo senso della solidarietà e della vita comunitaria. Infatti in Africa è impensabile celebrare una festività senza che vi sia la partecipazione dell’intero villaggio.
Questo genere di solidarietà familiare, contadina ha la sua naturale collocazione nella vita di ogni giorno ed è sempre stata fonte di forza per gli individui, le famiglie e i piccoli gruppi. Ma nel più vasto contesto moderno di stato, nazione e comunità internazionale, viene richiesto molto più dell’immediata identificazione e della familiarità fra persone e gruppi per costruire comunità e culture umane.
Permane l’incapacità della maggior parte di noi Africani, e specialmente dei nostri leaders politici, a riconoscere e a realizzare che la nazione e lo stato non sono che moderne famiglie più vaste in cui ciascun membro possiede la stessa dignità umana fondamentale e gli stessi diritti del Presidente della Repubblica o del Governatore dello Stato, peraltro pienamente responsabili delle numerose tragedie politiche, economiche e sociali che le nostre nazioni e inostri stati africani continuano a sperimentare.
La solidarietà dei nostri villaggi e il senso della comunità hanno bisogno di essere rivisitati, applicato dai nostri liders politici, ed ampliati nella società per accedere a quelle famiglie della nuova umanità di cui dovremmo fare parte tutti.
domenica 1 febbraio 2009
Gli stupri
Una ricerca dell'Istat sfata molti luoghi comuni sui reati a sfondo sessuale
Secondo i dati resi noti dall'istituto solo il 10% delle violenze arriva da stranieri
Il 90% degli stupri commesso da italiani
Il rischio maggiore da familiari e conoscenti.
PREMESSA
Tengo a precisare che personalmente sono fermamente contro gli stupri e ogni tipo di violenza ai danni delle donne. Non importa chi gli ha commessi e né la sua nazionalità. Delinquente è e delinquente sarà. Gli stupratori meriterebbero una pena severissima.
Sono del parere che una persona che immigra in cerca di vita migliore dovrebbe al minino comportarsi bene e condurre una vita onesta. E pochissimi immigrati delinquenti fanno si che tutto gli altri che conducono una vita onesta, vengono trattati con poca simpatia ma, pochi sanno o fanno finta di non saperlo che la maggior parte degli stupri e violenze contro le donne sono commessi dagli stessi italiani, e non ne vedo delle spedizioni punitive e nè sento dai mass media enfatizzare gli stessi reati come fanno quando lo comette un straniero. Questo comportamento giova ad alcuni politici come ad alcuni citadini che trovano leggittimo usare violenza contro gli stranieri (una sorta di giustizia fai da te).
Vi consiglio di leggere il post del 18 giugno 2008. Andate sul mio Archivio (scorre la colonna a destra) e clicca 2008 (23)poi scorre tra i vari post fino ad arrivare a quello del 18 giugno 2008.
Consiglio la gente a informarsi prima di giudicare. Ormai siamo in mondo dove le informazioni abbondano. Bisogna avere la capacità critica nelle cose che vediamo e ascoltiamo. Bisogna non avere paura del confronto, evitando così di seguire l'onda del momento.
Qui sotto riporto i dati istat pubbicato su la Repubblica
ROMA - Non sono immigrati ma italiani i responsabili della piaga della violenza sulle donne nel nostro Paese. Secondo le stime dell'Istat, non più del 10% degli stupri commessi in Italia è attribuibile a stranieri, contro un 69% di violenze domestiche commesso a opera di partner, mariti e fidanzati. Dati che fanno crollare d'un colpo il luogo comune che associa l'immigrazione a una diminuzione della sicurezza nelle città italiane.
Secondo l'Istat, che oggi ha aperto, nella sua sede centrale a Roma, il Global Forum sulle statistiche di genere, solo il 6% degli stupri in Italia è commesso da persone estranee alla vittima: "Se anche considerassimo che di questi autori estranei la metà sono immigrati - ha spiegato Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell'istituto di statistica - si arriverebbe al 3% degli stupri; se ci aggiungessimo il 50% dei conoscenti, al massimo si arriverebbe al 10% del totale degli stupri a opera di stranieri".
Le forze politiche di sinistra denunciano una realtà "oscurata e alterata" dai media e "strumentalizzata dai partiti di minoranza". "Una doccia fredda per il narcisismo nazionale": così il portavoce dell'Idv, Leoluca Orlando, commenta la ricerca. Paola Balducci, responsabile giustizia del Sole che ride, ricorda "l'ostruzionismo della destra che alla Camera ha ritardato l'approvazione del disegno di legge contro le discriminazioni sessuali e la violenza sulle donne" e evidenzia la necessità di "un salto di qualità nelle politiche culturali e informative". "I dati rafforzano le ragioni e lo spirito della manifestazione del 24 novembre" commenta la senatrice Prc Giovanna Capelli.
Il lavoro dell'Istat non si ferma qui. "Ora dovremo porre l'attenzione - osserva Luigi Biggeri, presidente dell'istituto - anche su altre tematiche come la discriminazione, terreno difficilissimo ma che ormai necessita di essere misurato in tutte le sue manifestazioni
Secondo i dati resi noti dall'istituto solo il 10% delle violenze arriva da stranieri
Il 90% degli stupri commesso da italiani
Il rischio maggiore da familiari e conoscenti.
PREMESSA
Tengo a precisare che personalmente sono fermamente contro gli stupri e ogni tipo di violenza ai danni delle donne. Non importa chi gli ha commessi e né la sua nazionalità. Delinquente è e delinquente sarà. Gli stupratori meriterebbero una pena severissima.
Sono del parere che una persona che immigra in cerca di vita migliore dovrebbe al minino comportarsi bene e condurre una vita onesta. E pochissimi immigrati delinquenti fanno si che tutto gli altri che conducono una vita onesta, vengono trattati con poca simpatia ma, pochi sanno o fanno finta di non saperlo che la maggior parte degli stupri e violenze contro le donne sono commessi dagli stessi italiani, e non ne vedo delle spedizioni punitive e nè sento dai mass media enfatizzare gli stessi reati come fanno quando lo comette un straniero. Questo comportamento giova ad alcuni politici come ad alcuni citadini che trovano leggittimo usare violenza contro gli stranieri (una sorta di giustizia fai da te).
Vi consiglio di leggere il post del 18 giugno 2008. Andate sul mio Archivio (scorre la colonna a destra) e clicca 2008 (23)poi scorre tra i vari post fino ad arrivare a quello del 18 giugno 2008.
Consiglio la gente a informarsi prima di giudicare. Ormai siamo in mondo dove le informazioni abbondano. Bisogna avere la capacità critica nelle cose che vediamo e ascoltiamo. Bisogna non avere paura del confronto, evitando così di seguire l'onda del momento.
Qui sotto riporto i dati istat pubbicato su la Repubblica
ROMA - Non sono immigrati ma italiani i responsabili della piaga della violenza sulle donne nel nostro Paese. Secondo le stime dell'Istat, non più del 10% degli stupri commessi in Italia è attribuibile a stranieri, contro un 69% di violenze domestiche commesso a opera di partner, mariti e fidanzati. Dati che fanno crollare d'un colpo il luogo comune che associa l'immigrazione a una diminuzione della sicurezza nelle città italiane.
Secondo l'Istat, che oggi ha aperto, nella sua sede centrale a Roma, il Global Forum sulle statistiche di genere, solo il 6% degli stupri in Italia è commesso da persone estranee alla vittima: "Se anche considerassimo che di questi autori estranei la metà sono immigrati - ha spiegato Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell'istituto di statistica - si arriverebbe al 3% degli stupri; se ci aggiungessimo il 50% dei conoscenti, al massimo si arriverebbe al 10% del totale degli stupri a opera di stranieri".
Le forze politiche di sinistra denunciano una realtà "oscurata e alterata" dai media e "strumentalizzata dai partiti di minoranza". "Una doccia fredda per il narcisismo nazionale": così il portavoce dell'Idv, Leoluca Orlando, commenta la ricerca. Paola Balducci, responsabile giustizia del Sole che ride, ricorda "l'ostruzionismo della destra che alla Camera ha ritardato l'approvazione del disegno di legge contro le discriminazioni sessuali e la violenza sulle donne" e evidenzia la necessità di "un salto di qualità nelle politiche culturali e informative". "I dati rafforzano le ragioni e lo spirito della manifestazione del 24 novembre" commenta la senatrice Prc Giovanna Capelli.
Il lavoro dell'Istat non si ferma qui. "Ora dovremo porre l'attenzione - osserva Luigi Biggeri, presidente dell'istituto - anche su altre tematiche come la discriminazione, terreno difficilissimo ma che ormai necessita di essere misurato in tutte le sue manifestazioni
lunedì 8 dicembre 2008
Guinea Bissau - Politica sociale per una Stabilità politica
Promuovere uno sviluppo umano duraturo attraverso la partecipazione dei cittadini nella costruzione di una società democratica e solidale, basata sulla giustizia economica e sociale.
Bisogna promuovere spazi di dialogo alternativo e concertazione, di condivisione di esperienze e di creazione di legami con le comunità di base rurali e urbane, con i sindacati dei lavoratori e le associazioni professionali e giovanili, con le organizzazioni religiose e il settore privato e con tutte le altre componenti della società guineana. Come in molti Paesi, infatti, anche in Guinea Bissau i movimenti della società civile hanno cominciato ad avere più spazio e possibilità di espressione a partire dagli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino.
Da giovani credevamo che l’organizzazione centrale dello Stato si sarebbe dovuta occupare di tutto ciò che aveva a che fare con i diritti e i doveri dei cittadini. Ora, invece, credo ogni giorno di più che bisogna rendere i citadini autori della crescita democratica, bisogna coscienzalizzare la popolazione dei loro diritti e dei doveri. Renderli consapevoli che la democrazia è un loro poter assoluto per una governance stabile, nelle loro mani hanno il progresso di cui ci parlava tanto Amilcar Cabral. Non possiamo più permetterci di aver l'independenza per poi dopo passare il resto della nostra vita a lottare contro il colonialismo nazionale. Spero che aumentino le nascite dei vari ONG o associazioni e che vengano appoggiate. In Africa, i successi di queste iniziative sono sempre maggiori, perchè gli Stati non riescono a dare risposte adeguate a molte necessità: dalla salute all’educazione, dalla promozione delle attività produttive e dell’agricoltura alla difesa dell’ambiente.
Dalla fine del conflitto, il Paese subisce crisi cicliche e tensioni politiche e militari. Da otto anni non esiste una pace effettiva. L’unico momento che ha segnato positivamente la storia recente del Paese è stato certamente quello della cosiddetta transizione politica. Dopo la deposizione, il 23 settembre 2003, del presidente Koumba Yala, il Consiglio di transizione - che avrebbe dovuto preparare il ritorno alla democrazia e che è stato presieduto, in una prima fase, dal vescovo di Bissau, mons. José Camnate - ha scelto come presidente ad interim Henrique Rosa, imprenditore cattolico molto impegnato in campo sociale ed ecclesiale, che mai aveva fatto politica prima di allora. Nei due anni successivi, il Paese ha goduto del privilegio di avere la presidenza più serena e tranquilla della sua storia. Molti ne hanno riconosciuto i meriti. Sempre di più mi accorgo che in quel periodo i movimenti della società civile hanno guadagnato molti spazi nei luoghi decisionali.
la società civile può essere un partner di importanza cruciale nella creazione di un clima di dialogo, democrazia, pace e riconciliazione.Credo che il coinvolgimento dell'organizzazioni della società civile, il dialogo e la partecipazione dei differenti attori nazionali, la collaborazione e il sostegno della comunità internazionale, sono fondamentali per promuovere il progresso sociale e uno sviluppo partecipativo continuo nel tempo. La normalizzazione della vita politica e istituzionale del Paese passa per l’assunzione di responsabilità e l’impegno di tutti gli attori sociali.
Bisogna permettere ai cittadini guineani di acquisire nuovamente fiducia in se stessi e speranza per il futuro. E di recuperare la dignità perduta, riaffermando al contempo anche la propria identità, che significa condivisione degli stessi nobili obiettivi, il senso di essere una nazione, l’amor proprio, la pace e la stabilità.
A mio viso bisogna lavorare per la promozione di politiche che favoriscano l’equità e pari oportunità tra uomini e donne, in un contesto sociale dove l’elemento femminile è determinante, ma spesso costretto in una posizione di subordinazione.
Nel quadro delle azioni da sviluppare con urgenza per rifondare la Guinea Bissau quattro aspetti mi paiono fondamentali:
-innazitutto, l’implementazione di un programma di riforme profonde dello Stato e della legislazione, in particolare per tutto ciò che riguarda le forze armate, con il sostegno della comunità internazionale e sotto la supervisione tecnica delle Nazioni Unite. Inoltre, è necessaria la creazione di spazi di dialogo e di meccanismi per l’organizzazione di un processo di giustizia e riconciliazione nazionale, che permetta di identificare e superare gli errori del passato.
Un’attenzione particolare va posta con urgenza sugli aspetti economici.
Secondo me manano l'attivazione di meccanismi sia interni che esterni di sostegno e rilancio economico, che favoriscano uno sviluppo generalizzato e duraturo del Paese.
Per avere uno sguardo complessivo su tutto questo processo credo che si debba costituire un Osservatorio per la supervisione delle misure politiche che favoriscano il consolidamento del processo democratico, a garanzia dei diritti umani fondamentali, della pace e della stabilità nel Paese e di condizioni di uguaglianza sociale. Di tale Osservatorio dovrebbero far parte a pieno diritto non solo gli organi sovrani dello Stato, ma anche rappresentanti delle forze armate, partiti politici, organizzazioni della società civile, istituzioni religiose, esponenti sia della comunità internazionale che delle Nazioni Unite. È un obiettivo ambizioso e fattibile, basta la buona volontà.crede molto. I segni di speranza sono molti.Basta pensare che attualmente esiste in Guinea la riunione delle donne che lottano contro le mutilazioni genitali femminili,che fino agli anni scorsi non esisteva. Oppure la creazione di vari associazioni che operano nel sociale. Sono piccoli segni che indicano che la società civile guineana sta crescendo e maturando, e che esiste una fetta di popolazione molto attenta e critica verso ciò che accade nel Paese. Per esempio, è da anni che la musica e il teatro fanno denuncia della situazione sociale e politica del paese.
Gli artisti cantano spesso il degrado sociale; la pace; i politici che non sono all'altezza del proprio incarico; i soldi publici che spariscono; le persone che vengono uccisi in modo arbitrario rimanendo impuni; la giustizia quasi assente; mancanza d'elettricità acqua potabile; le scuole e ospedali malfunzionante con i professori e medici non salariati; ecc, ecc. Spesso questi artisti subiscono percosse o finiscono in galera subendo torture varie.
Qui in Italia, abbiamo formato una band chiamato Bumbulum (che è un strumento che i nostri anziani usano nei vilaggi per comunicare)dove cantiamo spesso la situazione sociale e politica della Guinea. Adesso stiamo per pubblicare un disco con Filomeno Lopes in arte Fifito. Nel disco come nei vari altri occasioni durante i nostri concerti abbiamo affrontato il problema della riconciliazione in Guinea come unica via per una pace e sviluppo duraturo in Guinea Bissau. La riconciliazione va intesa il dialogo, come perdono e non deve essere confusa con la giustiza. La giustizia giustamente deve fare il suo corso. Il fatto di perdonarsi non significa rimanere impuni.
Il teatro viene anche usato come forma di riflessione critica sulla vita quotidiana e come momento di evasione da una realtà spesso precaria e difficile. È la proposta che da qualche anno un gruppo di giovani della Guinea Bissau porta in giro in Guinea: spettacoli fatti di musica, balli e recitazione che trasmettono valori semplici ma al tempo stesso importanti, come la pace e il dialogo. A riunirli in una variegata compagnia, denominata Fidalgo, è stato Flora Gomes, il più importante cineasta guineano, apprezzato anche all’estero (il suo lungometraggio Nha Fala, "La mia voce", è stato premiato a Venezia nel 2002).
Sul palcoscenico i giovani attori portano alla ribalta problematiche comuni, scegliendo l’ironia come forma privilegiata d’intrattenimento. Così anche la situazione politica del momento viene riletta attraverso la lente di un umorismo sarcastico che si fa beffe del potente di turno, mettendone a nudo le contraddizioni. Non è, però, solo la politica a essere nel mirino dei Fidalgo, che trovano il modo di ironizzare anche su stessi.
Bisogna promuovere spazi di dialogo alternativo e concertazione, di condivisione di esperienze e di creazione di legami con le comunità di base rurali e urbane, con i sindacati dei lavoratori e le associazioni professionali e giovanili, con le organizzazioni religiose e il settore privato e con tutte le altre componenti della società guineana. Come in molti Paesi, infatti, anche in Guinea Bissau i movimenti della società civile hanno cominciato ad avere più spazio e possibilità di espressione a partire dagli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino.
Da giovani credevamo che l’organizzazione centrale dello Stato si sarebbe dovuta occupare di tutto ciò che aveva a che fare con i diritti e i doveri dei cittadini. Ora, invece, credo ogni giorno di più che bisogna rendere i citadini autori della crescita democratica, bisogna coscienzalizzare la popolazione dei loro diritti e dei doveri. Renderli consapevoli che la democrazia è un loro poter assoluto per una governance stabile, nelle loro mani hanno il progresso di cui ci parlava tanto Amilcar Cabral. Non possiamo più permetterci di aver l'independenza per poi dopo passare il resto della nostra vita a lottare contro il colonialismo nazionale. Spero che aumentino le nascite dei vari ONG o associazioni e che vengano appoggiate. In Africa, i successi di queste iniziative sono sempre maggiori, perchè gli Stati non riescono a dare risposte adeguate a molte necessità: dalla salute all’educazione, dalla promozione delle attività produttive e dell’agricoltura alla difesa dell’ambiente.
Dalla fine del conflitto, il Paese subisce crisi cicliche e tensioni politiche e militari. Da otto anni non esiste una pace effettiva. L’unico momento che ha segnato positivamente la storia recente del Paese è stato certamente quello della cosiddetta transizione politica. Dopo la deposizione, il 23 settembre 2003, del presidente Koumba Yala, il Consiglio di transizione - che avrebbe dovuto preparare il ritorno alla democrazia e che è stato presieduto, in una prima fase, dal vescovo di Bissau, mons. José Camnate - ha scelto come presidente ad interim Henrique Rosa, imprenditore cattolico molto impegnato in campo sociale ed ecclesiale, che mai aveva fatto politica prima di allora. Nei due anni successivi, il Paese ha goduto del privilegio di avere la presidenza più serena e tranquilla della sua storia. Molti ne hanno riconosciuto i meriti. Sempre di più mi accorgo che in quel periodo i movimenti della società civile hanno guadagnato molti spazi nei luoghi decisionali.
la società civile può essere un partner di importanza cruciale nella creazione di un clima di dialogo, democrazia, pace e riconciliazione.Credo che il coinvolgimento dell'organizzazioni della società civile, il dialogo e la partecipazione dei differenti attori nazionali, la collaborazione e il sostegno della comunità internazionale, sono fondamentali per promuovere il progresso sociale e uno sviluppo partecipativo continuo nel tempo. La normalizzazione della vita politica e istituzionale del Paese passa per l’assunzione di responsabilità e l’impegno di tutti gli attori sociali.
Bisogna permettere ai cittadini guineani di acquisire nuovamente fiducia in se stessi e speranza per il futuro. E di recuperare la dignità perduta, riaffermando al contempo anche la propria identità, che significa condivisione degli stessi nobili obiettivi, il senso di essere una nazione, l’amor proprio, la pace e la stabilità.
A mio viso bisogna lavorare per la promozione di politiche che favoriscano l’equità e pari oportunità tra uomini e donne, in un contesto sociale dove l’elemento femminile è determinante, ma spesso costretto in una posizione di subordinazione.
Nel quadro delle azioni da sviluppare con urgenza per rifondare la Guinea Bissau quattro aspetti mi paiono fondamentali:
-innazitutto, l’implementazione di un programma di riforme profonde dello Stato e della legislazione, in particolare per tutto ciò che riguarda le forze armate, con il sostegno della comunità internazionale e sotto la supervisione tecnica delle Nazioni Unite. Inoltre, è necessaria la creazione di spazi di dialogo e di meccanismi per l’organizzazione di un processo di giustizia e riconciliazione nazionale, che permetta di identificare e superare gli errori del passato.
Un’attenzione particolare va posta con urgenza sugli aspetti economici.
Secondo me manano l'attivazione di meccanismi sia interni che esterni di sostegno e rilancio economico, che favoriscano uno sviluppo generalizzato e duraturo del Paese.
Per avere uno sguardo complessivo su tutto questo processo credo che si debba costituire un Osservatorio per la supervisione delle misure politiche che favoriscano il consolidamento del processo democratico, a garanzia dei diritti umani fondamentali, della pace e della stabilità nel Paese e di condizioni di uguaglianza sociale. Di tale Osservatorio dovrebbero far parte a pieno diritto non solo gli organi sovrani dello Stato, ma anche rappresentanti delle forze armate, partiti politici, organizzazioni della società civile, istituzioni religiose, esponenti sia della comunità internazionale che delle Nazioni Unite. È un obiettivo ambizioso e fattibile, basta la buona volontà.crede molto. I segni di speranza sono molti.Basta pensare che attualmente esiste in Guinea la riunione delle donne che lottano contro le mutilazioni genitali femminili,che fino agli anni scorsi non esisteva. Oppure la creazione di vari associazioni che operano nel sociale. Sono piccoli segni che indicano che la società civile guineana sta crescendo e maturando, e che esiste una fetta di popolazione molto attenta e critica verso ciò che accade nel Paese. Per esempio, è da anni che la musica e il teatro fanno denuncia della situazione sociale e politica del paese.
Gli artisti cantano spesso il degrado sociale; la pace; i politici che non sono all'altezza del proprio incarico; i soldi publici che spariscono; le persone che vengono uccisi in modo arbitrario rimanendo impuni; la giustizia quasi assente; mancanza d'elettricità acqua potabile; le scuole e ospedali malfunzionante con i professori e medici non salariati; ecc, ecc. Spesso questi artisti subiscono percosse o finiscono in galera subendo torture varie.
Qui in Italia, abbiamo formato una band chiamato Bumbulum (che è un strumento che i nostri anziani usano nei vilaggi per comunicare)dove cantiamo spesso la situazione sociale e politica della Guinea. Adesso stiamo per pubblicare un disco con Filomeno Lopes in arte Fifito. Nel disco come nei vari altri occasioni durante i nostri concerti abbiamo affrontato il problema della riconciliazione in Guinea come unica via per una pace e sviluppo duraturo in Guinea Bissau. La riconciliazione va intesa il dialogo, come perdono e non deve essere confusa con la giustiza. La giustizia giustamente deve fare il suo corso. Il fatto di perdonarsi non significa rimanere impuni.
Il teatro viene anche usato come forma di riflessione critica sulla vita quotidiana e come momento di evasione da una realtà spesso precaria e difficile. È la proposta che da qualche anno un gruppo di giovani della Guinea Bissau porta in giro in Guinea: spettacoli fatti di musica, balli e recitazione che trasmettono valori semplici ma al tempo stesso importanti, come la pace e il dialogo. A riunirli in una variegata compagnia, denominata Fidalgo, è stato Flora Gomes, il più importante cineasta guineano, apprezzato anche all’estero (il suo lungometraggio Nha Fala, "La mia voce", è stato premiato a Venezia nel 2002).
Sul palcoscenico i giovani attori portano alla ribalta problematiche comuni, scegliendo l’ironia come forma privilegiata d’intrattenimento. Così anche la situazione politica del momento viene riletta attraverso la lente di un umorismo sarcastico che si fa beffe del potente di turno, mettendone a nudo le contraddizioni. Non è, però, solo la politica a essere nel mirino dei Fidalgo, che trovano il modo di ironizzare anche su stessi.
martedì 26 agosto 2008
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